L’empatia come fondamento del rapporto tra avvocato e cliente

rapporto tra avvocato e cliente

Quando una persona decide di rivolgersi a un avvocato, raramente lo fa in un momento di tranquillità.

Dietro a quella telefonata o a quella richiesta di appuntamento vi è spesso una situazione complessa, una preoccupazione concreta, un equilibrio che si è incrinato.

In quel primo incontro non viene portato soltanto un problema giuridico.
Viene portata una storia, la propria storia.

Ed è proprio da lì che dovrebbe iniziare ogni percorso di assistenza legale.

Comprendere prima ancora di difendere

La qualità di una strategia difensiva non dipende esclusivamente dalla conoscenza delle norme o dalla capacità argomentativa. Questa parte “tecnica” può essere adeguatamente intercambiata con l’intelligenza artificiale. In altri termini, è una cosa che potrebbe fare (quasi) chiunque, purché si metta a studiare bene.

C’è una parte, tuttavia, che è propria solo dell’essere umano, ed è indissolubilmente legata alla biologia vivente: la comprensione della persona che si ha di fronte.

Ogni vicenda legale produce conseguenze che travalicano l’aspetto tecnico: coinvolge relazioni familiari, equilibri economici, reputazione, stabilità personale. Ignorare questa dimensione significherebbe ridurre la professione a un esercizio puramente formale.

L’empatia , nel contesto professionale, non coincide con il coinvolgimento emotivo o con lemotività  in genere: questa potrebbe avere addirittura un effetto negativo ai fini della soluzione del caso o della trattazione di una udienza complessa.

È piuttosto la capacità di ascoltare con attenzione, di cogliere le priorità reali del cliente e di interpretare correttamente le sue esigenze. E’ la capacità di “sentire” l’altra persona.

Un assistito che si sente compreso è in grado di collaborare meglio, di fornire informazioni più precise e di affrontare le scelte con maggiore consapevolezza.

Empatia contro intelligenza artificiale

Questo è il punto che rende insostituibile l’essere umano nel colloquio a Studio: mentre l’intelligenza artificiale può possedere, nei sistemi più evoluti, una “competenza empatica”, non può possedere e applicare una reale empatia, perché l’intelligenza artificiale è priva della base biologica, e la biologia non è un algoritmo, come alcuni attenti studiosi della coscienza hanno messo in luce (vedi Federico Faggin)

La “competenza empatica” è la capacità di individuare i sentimenti dell’altro (se è felice, se soffre, se è ansioso, ecc.); l’empatia, invece, è “sentirsi nell’altro”, capire le basi, le cause delle sue sensazioni e preoccupazioni. E’, per un momento “diventare l’altro”.

Un buon avvocato, se ha fatto un buon percorso ed è un uomo libero e di buoni costumi,  può riuscire a fare questo, mantenendo (mentre si è nell’altro) la lucidità tecnica e giuridica.

L’intelligenza artificiale, quindi, può intervenire solo in una fase successiva, perché è privata del sistema biologico di base e non “sente” l’altro, non fa esperienza dell’altro; si limita a catalogarlo e a catalogare le sue richieste.

Ecco perché l’avvocato può amare la risoluzione di un problema (o soffrire se non ci riesce), mentre l’intelligenza artificiale non ama e non soffre.

L’ascolto come atto di responsabilità

Prima della redazione di un atto, prima di una valutazione tecnica, esiste un momento decisivo: l’ascolto.

L’ascolto (durante i colloqui, in genere a Studio, in presenza fisica) non è un passaggio formale: è un tempo condiviso, dedicato a comprendere quali siano gli obiettivi concreti, le aspettative realistiche e le conseguenze che il cliente ritiene più rilevanti.

Durante il colloquio a Studio accade spesso che si inizi a parlare di tutt’altro, di aspetti in generale della quotidianità, o di principi e credenze personali. Può accadere che entrambe le parti (assistito e avvocato) quasi si dimentichino di essere in uno studio legale.

Questo è un momento “sottile”, che non è affatto scollegato dalla problematica giuridica sottoposta: è, anzi, il momento più importante, perché genera una connessione che consente all’avvocato e al cliente di lavorare insieme alla costruzione della soluzione. 

Solo su questa base è possibile costruire una strategia realmente efficace.
La competenza giuridica resta il fondamento. L’ascolto ne rappresenta l’inizio.

Chiarezza, non promesse

Un rapporto professionale solido si fonda anche sulla trasparenza.

Comunicare con empatia significa spiegare scenari, rischi e opportunità con linguaggio comprensibile, senza alimentare aspettative irrealistiche e senza ricorrere a rassicurazioni superficiali.

La fiducia nasce dall’equilibrio: tra prudenza e determinazione, tra realismo e tutela degli interessi del cliente.

Una professione che tutela diritti, ma serve persone

La professionalità non richiede distacco umano, bensì equilibrio.
Mantenere lucidità e rigore non esclude la capacità di comprendere l’impatto che una decisione giuridica può avere sulla vita concreta di chi la subisce o la affronta.

Il diritto disciplina rapporti e responsabilità.

L’avvocato, invece, è chiamato a tutelare le persone.

Ed è nell’integrazione tra tecnica e sensibilità che si realizza un’assistenza legale autenticamente efficace.

L’approccio dello Studio

Il nostro Studio Legale fonda la propria forza su un principio preciso: ogni incarico è prima di tutto un rapporto di fiducia e di connessione. E’ una forza gentile, quindi, non un bruto schiamazzo.

L’attenzione al profilo umano della vicenda non sostituisce il rigore tecnico, ma lo completa e lo preannuncia.

Ogni questione viene affrontata con serietà, competenza e chiarezza, nella consapevolezza che dietro ogni pratica vi sia una persona che merita ascolto, rispetto e trasparenza.

Una tutela giuridica efficace non si limita a difendere una posizione: accompagna il cliente in un percorso consapevole, orientato e responsabile.

La soluzione a un problema legale non è un tassello che riempie un buco: è una costruzione collettiva di un’opera, la nascita di qualcosa che prima non c’era.

Avv. Massimo Caria

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